Opus 4.8 e Opus 4.6 hanno lo stesso prezzo a listino: 5 dollari in ingresso, 25 in uscita, fermo da tre release. Eppure la fattura per lo stesso lavoro è salita.
Il prezzo per token non è il prezzo del lavoro. Il costo reale è token per passi per retry, e nessuna di queste tre variabili sta nella pagina prezzi. Le decide lo strato intorno al modello: chi gestisce il contesto, sceglie gli strumenti, delega ai sotto-agenti e verifica l’output prima di accettarlo.
Cambia lo strato, cambia il conto. Lo stesso modello dentro un’orchestrazione che apre venti sotto-agenti e ne riconcilia il lavoro spende multipli rispetto allo stesso modello vincolato a scrivere solo l’indispensabile. E quando la coordinazione diventa la parte appresa e difendibile, come in chi vende un sistema multi-agente travestito da modello, i pesi sottostanti diventano input fungibili: ne stacchi uno, ne attacchi un altro, il valore resta nel layer che orchestra e verifica.
Il listino si è congelato. Il moat si è spostato dal peso al modo in cui i pesi lavorano insieme.


