Lanciare cinque agenti di coding in parallelo è la parte semplice. La parte difficile è il momento in cui due di loro modificano lo stesso file.
Il punto debole di una crew di agenti non è il singolo agente: è lo stato condiviso. Cinque processi che scrivono sullo stesso repository senza isolamento producono conflitti, non velocità. La prima domanda di chi orchestra non è “come li lancio” ma “su quale workspace lavora ciascuno”: branch separati, worktree dedicati, una memoria comune da cui leggono cosa hanno già fatto gli altri. Senza questo, il parallelismo è solo un modo più rapido di generare lavoro da rifare.
Monitorare l’avanzamento da remoto risolve la comodità, non il coordinamento. Una dashboard dice che l’agente ha finito; non dice se ciò che ha prodotto è corretto. E quando il merge fallisce, la domanda diventa: quale dei cinque ha introdotto la regressione? Se gli agenti non lasciano traccia di cosa hanno toccato e perché, la risposta costa più tempo di quanto il parallelismo ne abbia risparmiato.
L’orchestrazione vera è tre cose: isolare lo stato, far comunicare gli agenti su cosa stanno facendo, verificare ogni contributo prima che entri nel tronco comune. L’interfaccia da cui li comandi — Telegram, terminale, browser — è l’ultimo dei problemi.


